Vacanze in Sicilia: San Vito lo Capo, Segesta, Trapani e Marsala

Adagiata su un’assolata penisola che si estende tra grandi saline, a sud, e il lido di San Giuliano, a nord, Trapani offre al turista le più svariate occasioni per meglio conoscere paesaggio, tradizioni e storia della Sicilia occidentale. Nel centro della città si segnalano gli edifici barocchi di corso Vittorio Emanuele (chiesa del Collegio, cattedrale) e il santuario dell’Annunziata, con facciata gotica e interno settecentesco. Il Museo Nazionale Pepoli, con raccolte di scultura, pittura e archeologia, custodice opere preziose, come il San Francesco riceve le stimmate, dipinto da Tiziano intorno al 1525. Alta sulla città, in vetta al monte San Giuliano (751 m), Erice è un intatto borgo medievale, forse fondato dagli Elimi nel IX secolo a.C. Da lassù si ammirano panorami di eccezionale ampiezza: la sottostante Trapani, le saline e, nelle giornate più limpide, le isole Egadi, i paesaggi agrari dell’entroterra, la costa nordoccidentale tra Tonnara di Bonagia e il promontorio di capo San Vito. Numerose abitazioni del paese rientrano nella tipologia architettonica arabo-spagnola ‘a patio’. L’edificio più rappresentativo è comunque quello della chiesa madre, dedicato all’Assunta. La struttura ha origini trecentesche, come d’altra parte il campanile merlato; il protiro gotico è del XV secolo. L’interno a tre navate fu completamente rimaneggiato nell’Ottocento in stile neogotico, tranne che nele cappelle laterali: notoveloi fra le opere conservate sono una Madonna in marmo del XV secolo e una pala marmorea dei primi anni del Cinquecento. All’angolo opposto della città, il castello di Venere Ericina.
A Tornara di Bonagia si visitano gli interessanti edifici della tonnara (un gioiello per gli amanti dell’archeologia industriale) e si osservano, nella tarda primavera, le attrezzature per la pesca: le nuciare, cioè, i barconi neri di pece, e le grosse ancore di ferro usate per fissare al fondo la grande rete-trappola.

San Vito lo Capo
San Vito lo Capo

Attraverso Custonaci, nota per la lavorazione del marmo, e Castelluzzo, si scende al mare di San Vito lo Capo, località turistica al margine della penisola che chiue il golfo di Castellammare. Nell’abitato è rilevante la chiesa madre, eretta nel Seicento sul luogo di un forte del XVI secolo, di cui conserva l’originale struttura quadrangolare. Presso il paese la Tonnara del Secco è un grande stabilimento un tempo utilizzto per la lavorazione del tonno, oggi in rovina. Più avanti, da Cala ‘Mpiso, una bella passeggiata lungo la costa occidentale del golfo di Castellammare porta alla Tonnarella dell’Uzzo e alla riserva naturale dello Zingaro, dove la vegetazione di tipo mediterraneo si conserva ancora intata e dove le calette e le piccole spiagge appaiono integre nella loro notevole suggestione.
Tornati indietro verso Custonaci e dirigendosi verso Castellammare, si può deviare per una visita alla Tonnara di Scopello, che si trova in una stupenda posizione ai piedi del monte Scardina. A Castellammare del Golgo il castello tardomedievale che dà il nome alla cittadina è situato sulla punta che chiude il porticciolo. L’abitato attuale occupa il sito dell’antico porto di Segesta, sulle propaggini del monte Barbato. Ancora prospera sotto i Romani, la città agli albori del Medioevo era ormai irrimediabilmene decaduta. Testimone dell’antica magnificenza è il teatro, l’unico edificio tra quelli che sitrovano all’interno della cerchia muraria di cui siano ancora visitabili i resti. La struttura, ben conservata, risale probabilmente alla metà del secolo IV a.C. e consta di una cavea semicircolare, in parte ricavata nella collina, e dell’orchestra a forma di U con corridoi di accesso. Di straordinario fascino è anche il grande tempio, al di fuori del perimetro cittadino: innalzato nel 430-420 a.C., ha la forma di un peristilio dorico, con sei colonne sulle fronti e quattordici sui lati lunghi, ed è posto su un basamento di tre gradini.
Si sfiora Calatafimi, passando nei pressi dell’ossario che ricorda la battaglia sostenuta dai Mille di Garidalbi contro le truppe borboniche  il 15 maggio 1860, subito dopo lo sbarco in Sicilia. Si tocca Salemi, città alla destra del torrente Delia; qui il 14 maggio 1860 Garibaldi emanò il proclama col quale assumeva la dittatura della Sicilia in nome di Vittorio Emanuele II. Domina l’abitato il bel castello normanno; nel duomo si ammira un fonte battesimale opera di Domenico Gagini e una pregevole croce processionale seicentesca.

Duomo di Marsala
Duomo di Marsala

I vigneti preannunciano Marsala, patria dell’omonimo vino e città principe dell’industria enologica. Il centro, fondato dai Cartaginesi nel 397 a.C. con il nome di Lilibeo, ebbe un ruolo rilevante in età medievale durante la dominazione araba, quando era conosciuto come Marsa Alì (Porto di Alì). Presenta diversi motivi d’interesse, oltre al ricordo dell’impresa dei Mille (a Marsala, infatti, le camicie rosse di Garibaldi sbarcarono l’11 maggio 1860). Il duomo, dedicato a San Tommaso di Canterbury, fu eretto nel XVII-XVIII secolo su un costruzione normanna. Nel piccolo museo retrostante sono conservati otto splendidi arazzi cinquecenteschi, tessuti nelle Fiandre per conto del re spagnolo Filippo II e raffiguranti Episodi della guerra di Tito contro i Giudei. Da vedere anche il Museo Nazionale Lilibeo, ospitato nel Baglio Anselmi, vecchio stabilimento vinicolo, in cui si custodisce una splendida statua di uomo, marmo greco rinvenuto a Mozia e risalente al 480-470 a.C. Il museo espone anche reperti preistorici, corredi funerari del VII secolo a.C., materiali d’età romana; una sezione è interamente dedicata a Mozia. Interessante è anche lo stabilimento enologico Florio-Ingham-Whitaker: si può chiedere il permesso di visitare la preziosa enoteca, che conserva migliaia di bottiglie delle più pregevoli qualità di Marsala, talora risalenti all’epoca pioneristica della produzione. Non lontano dalla città, sull’isolotto di San Pantalo nello Stagnone, raggiungibile con un traghetto, si trovano i resti dell’antica Mozia, città punica risalente all’VIII secolo a.C., distrutta dai Siracusan nel 397 a.C. Sono visibili lunghi tratti delle mura perimetrali e due porte monumentali: all’interno della cinta si scorgono il tophet (recinto sacro per i sacrifici con urne e stele; VII-IV secolo a.C.), una necropoli, i resti del santuario detto ‘del Cappiddazzu’, la casa dei Mosaici (d’età ellenistica, quindi posteriore alla distruzione della città). Durante le ore di bassa marea si riconosce, sommerso dalle acque, l’argine artificiale che collegava l’isola alla terraferma e che consentiva il passaggio dei carri.

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